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martedì 4 dicembre 2012

Serena Matchalatte ci ringrazia.

Tomodachi, ecco la lezione 11 di giapponese di Serena Matchalatte. 
All'interno del video Serena ci ringrazia per la bella serata del Piceno Nihon Manga :D
E noi ricambiamo ringraziandola a nostra volta con un forte abbraccio :D.

Grazie a  te Serena.








venerdì 27 luglio 2012

いらっしゃいませ!!!!

L’uscita per raggiungere il mio hotel, il “Sunlight” di Shinjuku, era “Lumine Est”. Avevo il check in alle 12, fortunatamente erano appena le 11 e dalla cartina che avevo stampato non sembrava così lontano dall’uscita della metro. Scesi le scale facendo attenzione a seguire il senso di marcia indicato sugli scalini, trascinando dietro di me la valigia e la borsa piena di fogli e foglietti. Seguivo attentamente tutte le indicazioni per Lumine Est, senza perderne una, se non ero sicura tornavo indietro a leggere, la stazione di Shinjuku era un vero e proprio labirinto, negozi a non finire, persone che correvano a destra e sinistra. Ragazze e ragazzi che scherzando si spintonavano, mi sembrava di essere in un anime. Tutto aveva una luce dorata e l’aria che furtiva penetrava da fuori era fresca e briosa, sembrava tutto perfetto.

Trovai l’uscita dopo una quindicina di minuti, salii una rampa di scalini grigio cemento e pian piano vedevo i tetti dei grattacieli schiantarsi contro un cielo blu intenso. Un cielo limpido e puro. La mia preoccupazione era trovare l’hotel, ma una volta fuori non riuscii a fare a meno di guardarmi in giro, Shinjuku era una giostra di luci, colori, persone e odori di cucina. Trascinavo la valigia e la mia mente era presa da tutto quello che c’era intorno, cabine telefoniche di diversi colori (per chiamare in diverse zone – urbano/interurbano – internazionale) ragazzi fermi sotto una tettoia che fumavano (in Giappone si può fumare solo in determinate zone all’aperto) taxi che sfrecciavano e si sentiva in lontananza un suono piacevolissimo all’udito, scoprii solo dopo che era il “verde” per l’attraversamento pedonale. Di tanto in tanto passavano furgoncini con musica sparata a mille, che presentavano il nuovo brano di questo o quel cantante Jpop o Jrock, passando davanti i negozi si sentiva sempre qualche commessa che con una vocina “mignon” sbandierava un いらっしゃいませ (irasshaimase) una sorta di “Prego siete i benvenuti!”. I ristoranti erano tutti in piena attività e ad ogni angolo sbucava fuori una mega insegna blu a caratteri katakana rossi che indicava un karaoke. Tutto a Shinjuku sembra pieno di vita, le immense e multicolori insegne sembrano ammiccanti, tutto è una trappola per gli occhi. Mi incamminai per la parallela di Yasukuni Dori alla ricerca della traversa fortunata (in Giappone le strade non hanno un nome ma si contraddistinguono con una metodologia particolare che vi spiegherò con calma nelle prossime puntate..se dovessi scordarlo Vi prego di ricordarmelo. NdA) girai un angolo e dal frastuono rombante e fascinoso tipico di una megalopoli, mi ritrovai immersa nel silenzio più assoluto. Beh silenzio assoluto direi proprio di no, poiché a Tokyo, non so se lo sapete, ma ci sono tantissimi corvi, che oltre a fornire un buon sottofondo gracchiante, sono davvero belli grossi!
Comunque mi ritrovai un scenario completamente diverso, ero davanti al Tempio Hanazono (Jinjia Shrine) che come indicava la mia cartina era vicinissimo all’hotel, effettivamente bastava guardarsi intorno e avrei subito visto l’insegna, ma ero troppo presa dal primo tempio in cui mi imbattevo. Bellissimo, c’erano pochissime persone e ognuna era presa in un rituale diverso, ci sono diversi templi, alcuni sono shintoisti ed altri buddisti la differenza la fa il loro interno. Quello che comunque caratterizza tutti i templi sono i Tori che troverete ovunque, i Tori sono delle porte sacre e non vanno mai attraversati passando per il loro centro, perché quello è il passaggio riservato agli Dei. Vanno attraversati in entrata tenendosi sulla sinistra e in uscita sulla destra, ma posso assicurarvi che i due sensi di marcia li ho spesso confusi (probabilmente anche ora eheheheh). Feci un giro all’interno ma non mi trattenni molto, con la valigia sui ciottoli diciamo che non passavo proprio inosservata; quindi sentendomi fissata in modo poco piacevole, decisi di avviarmi verso l’uscita e proseguire la ricerca. Una volta fuori mi è bastato davvero alzare lo sguardo e vedere l’hotel che mi aspettava, non vedevo l’ora di lasciare tutto, darmi una sistemata e partire alla volta di “Harajuku”.
In hotel furono tutti cortesissimi, mi diedero la mia camera, la n°109, lo ricordo ancora perché nonostante curassero molti clienti stranieri, il parlare inglese è abbastanza ostico per i giapponesi, quindi quando dicevo “one hundred and nine” mi guardavano con aria perplessa, allora per agevolare l’impresa dicevo “one-zero-nine” e così ogni volta che rientravo, se trovavo lo stesso portiere mi sorrideva e senza indugi mi porgeva la chiave; dotata di un mastodontico portachiave.
Dalla mia finestra si vedeva la via del tempio, e si sentiva benissimo il gracidare dei corvi giganti, lasciai la valigia, mi sistemai un po’ la faccia (che dopo 12 ore di volo era più simile ad un’ opera di Picasso) e poi scesi sotto intenta a prendere la Yamanote e ricaricare la mia “Suica”che sostanzialmente è una carta pre pagata per i viaggi in metro (Vi regalerò una chicca sulla Suica nella nota successiva NdA).

Shijuku è stata casa mia per ben 12 giorni e ritornerò spesso a parlavi di lei...Ve lo posso assicurare, giustamente questo è solo un piccolo assaggio. 



*Velia*

giovedì 5 luglio 2012

Appunti di un viaggio nipponico - Alla scoperta di Tokyo: おかえりなさい...

[おかえりなさい...]

La coda interminabile al check in di Fiumicino, il mio telefono riceveva sms e altrettanti ne mandava indietro, alcuni ancora li tengo, uno in particolare, perché quando lo ricevetti scoppiai a ridere, tanto che la coppia davanti a me si girò con fare sorpreso. Il messaggio diceva: “Hai preso tutto? Soldi? Passaporto? Testa?”. Effettivamente proprio tutto non avevo preso, cioè la testa in verità era già dall’altro capo del mondo.

In aereo 12 ore non passano mai, dormire non riuscivo, i sedili in classe economica sono stretti e poco reclinabili, mi sono alzata poche volte esclusivamente per non disturbare il ragazzo americano che era al mio fianco e la signora giapponese con un bambino piccolo alla mia sinistra. Il ragazzo americano guardava film a tutto spiano, non negandosi di tanto in tanto risatine isteriche e profonde, io dopo aver ascoltato 3 o 4 volte, non ricordo, il cd di canzoni asiatiche proposto da Alitalia, non sapevo cos’altro fare. Scorsi velocemente il cursore dei programmi interattivi e trovai il film giapponese “Hanamizuki”. Non persi l’occasione e lo vidi con sottotitoli in inglese. A fine film piangevo a fontana, tanto che mi vergognai così tanto di essere una tale rammollita! (Consiglio la visione di questo film se siete appassionati di storie che hanno a che fare col destino. NdA).

Il capitano annunciò che mancavano appena 10 minuti all’arrivo a Narita, a quel punto ero davvero emozionata, cercavo di guardare fuori dal finestrino, dalla parte del ragazzo americano che si era appisolato; vedevo un immenso paesaggio stendersi sotto di noi, non vedevo l’ora di atterrare. Ma una pensiero mi girava in testa: “Si, l’hai fatto, sei partita da sola, praticamente Velia non sai niente di niente…e fin qui ci sono, adesso una volta in aeroporto? Che devi fare? Niente panico…allora devo prendere il treno Keisei Skyliner…dove? Il biglietto come lo faccio?”. Continuavo a dirmi che non dovevo andare in panico.

Scesi dall’aereo una navetta ci condusse al terminal degli arrivi, prendere il bagaglio fu un gioco da ragazzi, il ritiro bagagli è così metodico ed efficiente che ti fa rimanere a bocca aperta. Una volta recuperata la mia valigia rosa semi vuota, mi incamminai verso l’indicazione di uscita. Dopo qualche metro ad aspettarci al varco della dogana c’erano una fila di controllori, andai dritta da uno di loro, col mio passaporto in mano e proprio lì mentre mi avvicinavo il tizio mi fece cenno di fermarmi e tornare da dove ero venuta. PANICO! Perché? Che devo fare? Continuai ad avvicinarmi per chiedere spiegazioni, ma il poliziotto la sapeva lunga, mi diceva “Do pape! Do pape!” rimasi lì come un’ebete, lui continuava a farmi cenno di girarmi e andare a fare cosa non l’avevo capito! Tutti mi guardavano, ero lì e pensavo “Mio Dio, ma che sto sbagliando?! Che roba è Do Pape?!” I 5 minuti più lunghi che abbia mai vissuto! Finalmente mi voltai e compresi. C’era un piccolo foglio relativo all’immigrazione, che andava compilato. Il mio sangue riprese a scorrere e capì che “Do Pape” voleva semplicemente dire “Do Paper – Fai la carta” :)
Compilai in fretta il foglio e mi recai dallo stesso poliziotto di prima, gli porsi il passaporto, lui fece un sorriso benevolo e mi chiese come mai fossi in Giappone, risposi che ero in vacanza…la vacanza più bella della mia vita (fin’ora!).
Salì di sopra con una lunga scala mobile e trovai subito il posto per fare il biglietto per lo Skyliner, scesi sotto, da un’altra rampa, a prenderlo. Fortunatamente c’è solo un binario per lato e quindi impossibile sbagliare, puoi solo confondere lo Skyliner economico con il Keisei Limited Express che è più costoso e più veloce. Ma basta osservare il colore della carrozzeria dei treni, è lo stesso del biglietto per ciascun treno!
Una volta sul treno mi gustai a pieni occhi lo spettacolo che si andava svelando, amavo quel posto, era una sensazione strana, come tornare in un posto che in qualche modo senti casa tua…esatto, proprio come tornare a casa. Tutto diceva “Tadaima ただいま” e io ripensavo alla scritta che avevo fotografato al terminal arrivi: ”Okaerinasai おかえりなさい”, qualcosa di caldo e piacevole si diffuse in tutto il mio corpo, una profonda sensazione di pace si era fatta spazio. 



*Velia*